Rapporto Invalsi 2018

Presentato lo scorso 5 luglio al Miur il Rapporto Nazionale Prove Invalsi 2018, interessate quest’anno da importanti innovazioni.
Nelle prove di inglese, italiano e matematica emergono differenze sostanziali tra le regioni del Nord e quelle del Sud Italia. Un problema di competenze, ma soprattutto di equità.
Quello di equità è un concetto complesso e che può essere considerato da vari punti di vista”, si legge nel rapporto, “ma uno dei suoi aspetti è l’eguaglianza di trattamento, intesa come la capacità del sistema d’istruzione di offrire agli alunni le stesse condizioni di insegnamento-apprendimento almeno nel tronco comune dell’itinerario scolastico, che in Italia corrisponde alla scuola primaria e alla secondaria di primo grado”. E allora accade che già a partire dalla seconda elementare, nel Mezzogiorno la scuola fatichi di più a garantire uguali opportunità a tutti. La differenza dei risultati tra le scuole e tra le classi nel Sud del paese è molto più accentuata che al Centro-nord. E questo indica una tendenza maggiore a formare classi in cui si concentrano allievi più bravi e più avvantaggiati, e classi con allievi più svantaggiati o con livelli di apprendimento meno soddisfacenti.
Gli studenti che raggiungono il livello 3 (su cinque livelli), considerato adeguato/sufficiente per quella fascia di età, sono in media il 66 per cento per quanto riguarda l’italiano, con di nuovo una forte variabilità tra Nord e Sud.
Per la matematica la situazione sembra anche più grave: sul territorio nazionale il 40 per cento dei ragazzi di terza media non raggiunge livelli sufficienti, ma al Sud il dato sale fino al 60 per cento, mentre buoni risultati sono quelli di Trentino, Veneto, Friuli Venezia Giulia.
Chi non raggiunge le competenze richieste è di fatto privato di un diritto”, conclude Anna Maria Ajello, presidente dell’Istituto di valutazione.

OCSE social-mobility

Il cambiamento che porta a ricoprire una nuova posizione sociale può essere fortemente diseguale a causa dello status ereditato dai padri. L’Organizzazione parigina ha rilasciato proprio in questi giorni il rapporto sulla “mobilità sociale”, diffondendo i risultati dei suoi studi: “L’ascensore sembra rotto. Questi i rimedi: investire sull’istruzione, ridurre il dualismo sul mercato del lavoro, migliorare le reti di protezione per le famiglie povere”. Sono dunque molto bassi gli investimenti che si fanno nella scuola e nella formazione: nel nostro Paese, per esempio, i laureati guadagnano in media solo il 40% in più rispetto ai diplomati, mentre in altri Paesi europei la percentuale sale al 60%. In tutto questo si deve considerare il forte nesso fra la “crescita del Pil da una parte ed il tasso di inclusività” di quella crescita dall’altro.
 Solo il 17% dei bambini cresciuti in un ambiente modesto riesce a compiere il “salto di qualità” e, al contempo, solo il 42% di quelli nati da famiglie agiate mantiene lo stesso livello socio-economico dei genitori.
Sempre dalla ricerca dell’Ocse, si evince che in Italia sono necessarie cinque generazioni perché “un bambino nato da una famiglia a basso reddito raggiunga il reddito medio nazionale”. L’Ocse rileva inoltre che “ci sono alcuni Paesi, come la Francia e la Germania, dove la media sale addirittura a 6 generazioni, per non parlare del Brasile e del Sudafrica, con 9 generazioni, o della Colombia, con 11 generazioni”. I paesi nordici sono quelli in cui la media si aggira a 2 o 3 generazioni.

DOCUMENTI ALLEGATI: