Rapporto sulla conoscenza 2018

Il Rapporto Istat sulla conoscenza, di recente pubblicazione, assume una particolare importanza perché pone l’attenzione sul fatto che è l’intero ciclo di conoscenza a dover essere sostenuto, pianificato, attuato e quindi misurato. Di conseguenza, per modificare una situazione che vede l’Italia in larga parte sotto le performance medie europee, è necessaria una strategia che si occupi dell’intero ciclo, interessandosi allo stesso tempo e in modo organico di sistema educativo, ricerca, imprese, dal punto di vista della persona e delle sue competenze.

Sintesi dei contenuti del Rapporto relativamente all’istruzione scolastica

L’Italia presenta un ritardo storico nei livelli d’istruzione rispetto ai paesi più avanzati. Nel 2016, la quota di persone tra i 25 e i 64 anni con almeno un titolo di studio secondario superiore ha raggiunto il 60,1%. Nonostante un aumento di 8 punti rispetto al 2007, la quota resta inferiore di 16,8 punti percentuali rispetto alla media europea. Il ritardo italiano nell’istruzione è in larga misura, ma non esclusivamente, dovuto alla scarsa istruzione delle coorti più anziane (tra le persone di 25-34 anni il differenziale è di 9,5 punti). I livelli di istruzione della popolazione adulta sono molto variabili sul territorio: in Sicilia e Puglia meno della metà dei residenti possiede almeno un diploma secondario superiore e solo il 13% un titolo terziario mentre nel Lazio, anche grazie alla maggior offerta di lavoro qualificato, queste percentuali salgono a 70 e 23%.

Gli abbandoni scolastici e formativi precoci (persone tra 18 e 24 anni senza titolo secondario superiore) si sono ridotti considerevolmente dal 20% nel 2007 al 13,8% nel 2016, superando l’obiettivo nazionale di riduzione al 16% nel 2020; è diminuito anche il differenziale con l’Ue, da circa 5 a 3,1 punti percentuali. Per i giovani nati all’estero, tuttavia, gli abbandoni superano il 30%, il valore più elevato dopo la Spagna.

Nell’insieme dell’Unione, nel 2015 hanno conseguito un titolo terziario più di 4,5 milioni persone. Questo flusso rappresenta il 74 per mille della classe tra 20 e 29 anni, popolazione di riferimento utilizzata convenzionalmente per misurarne l’intensità. In Italia, l’indicatore è salito dal 42 al 57 per mille tra il 2010 e il 2016 ma resta ben al di sotto della media europea. Ciò compendia tassi di transizione dalle scuole superiori ancora contenuti, l’avvio molto recente dei corsi di istruzione tecnica superiore (ITS), tassi di successo inferiori alla media (benché in aumento) e una diffusione relativamente minore dell’istruzione universitaria in età adulta.

Le condizioni di partenza continuano a incidere sui percorsi e i risultati dell’istruzione, attribuendo maggiori chance relative a chi proviene da famiglie più istruite. Considerando le persone tra 25 e 34 anni (che si suppone abbiano completato gli studi), si osserva un progresso notevole nei livelli d’istruzione rispetto al titolo massimo conseguito dai genitori. Nel 2016, oltre un quarto dei figli ha un titolo universitario contro l’11,3% dei genitori. Tra i genitori, poco meno del 50% ha raggiunto al più la licenza media, percentuale quasi dimezzata per i figli. Tra questi ultimi, tuttavia, l’incidenza sale al 43% se provenienti da famiglie con bassa istruzione mentre è inferiore al 4% quando i genitori hanno conseguito un titolo universitario. La strada dei figli, inoltre, appare tracciata già prima dell’università, nella scelta del tipo di scuola superiore: nel 2016, ha conseguito un diploma liceale (tipicamente propedeutico all’università) quasi il 60% dei diplomati con genitori laureati, il 30% di quelli con genitori in possesso di un titolo di istruzione secondario superiore e appena il 21% dei figli i cui genitori hanno al più la licenza media.